High Performance Team – Cultura e Protocolli Core

Il tuo gruppo, la tua squadra, può essere dieci volte migliore.

Vuol dire che il tuo gruppo di lavoro può produrre 10 volte di più, farlo con una qualità 10 volte superiore, in modo 10 volte più veloce o con una quantità di risorse 10 volte inferiore. La tua scuola può essere 10 volte più efficace nell’aiutare gli studenti ad apprendere. Il tuo gruppo di volontariato può diventare 10 volte più bravo a rendere migliore la vita delle persone a cui si rivolge. Anche tu stesso puoi diventare 10 volte più efficace nell’ottenere quello che vuoi.

In altre parole, puoi essere un grande e avere successo. Il tuo team può essere una grande squadra.

Grandezza

Puoi dire queste cose del tuo gruppo?

  1. I miei progetti si concludono in tempo e nei costi previsti ogni vollta, senza che questo richieda sforzi aggiuntivi.
  2. Ogni gruppo di lavoro a cui ho partecipato aveva una visione condivisa
  3. Nelle riunioni, facciamo solo e sempre ciò che produce risultati.
  4. Quando tu o il tema non ottenete quello che volete, nessuno dà la colpa al “management” o ad altri.
  5. Tutti condividono le proprie idee immediatamente appena le hanno.
  6. Le idee vengono immediatamente approvate, migliorate o rifiutate dal gruppo.
  7. Le azioni conseguenti alle idee approvate iniziano immediatamente.
  8. I conflitti vengono risolti rapidamente e in modo produttivo.

I Protocolli Core sono un modo per far sì che i gruppi abbiano proprio queste caratteristiche.

Alcune delle cose che imparerai:

  • Comportamenti orientati ai risultati
  • Come entrare e restare in uno stato di visione condivisa con il tuo team
  • Come creare fiducia in un team
  • Come mantenerti razionale e in salute
  • Come prendere decisioni di gruppo in modo efficace
  • Come raggiungere rapidamente e con alta qualità gli obiettivi del team

Questo video di 30 secondi (in inglese) riassume l’esperienza.

Facilitatori:

Questo è un corso “Paga Quanto Puoi”. I corsi Paga Quanto Puoi sono un dono progettato per diffondere il Bene nel modo più ampio possibile, rendendo disponibili a chiunque competenze e conoscenza. I corsi Paga Quanto Puoi:

  1. sono erogati a prezzo di costo e il costo è dichiarato e trasparente
  2. danno sempre la possibilità di pagare 0.
  3. hanno una struttura che può essere usata da qualsiasi formatore

Il nostro costo stimato per produrre questo corso per 12 studenti è di 1.644 € ovvero 137 € a studente:

  • Viaggio e pasti per Richard: 1.400 €
  • Albergo per il formatore: 0
  • Trasporti locali per il formatore: 50EUR
  • Affitto della sala: 150EUR
  • Libri per i partecipanti: (3, 63 € ciascuno): 44 €
  • Totale costi stimati: 1.644 €

Il prezzo pieno del corso è di 350 €.

 

Iscriviti!

Arriva in Italia il BootCamp McCarthy

“Gioia o squallore: questa è la differenza
tra stare in un gruppo dotato di visione condivisa e in uno che ne è privo.”
Software For Your Head – Jim & Michele McCarthy

softwareforyourhead

Finalmente arriva in Italia il primo BootCamp McCarthy, ritiro residenziale intensivo dedicato all’eccellenza dei gruppi di lavoro, che avrà luogo da giovedì 27 ottobre a martedì 1° novembre 2016 presso il Golf & Country Valcurone a Momperone (AL) (www.golfvalcurone.com).

Il training è rivolto a Project Manager, Team Leader, responsabili sviluppo software, responsabili di prodotto, responsabili HR di aziende IT, e in generale a chiunque desideri lavorare in un ambiente di eccellenza. Durante il ritiro, infatti, i partecipanti impareranno a utilizzare i Core Protocols™, una metodologia sviluppata da Jim e Michele McCarthy (www.mccarthyshow.com) per la gestione dei gruppi di lavoro (in particolare quelli orientati alla produzione di proprietà intellettuale, come il software) che massimizza la capacità del gruppo di produrre e consegnare nei tempi stabiliti un prodotto eccellente. La metodologia è stata sviluppata in oltre quindici anni in laboratori di osservazione del lavoro di gruppo e testata su migliaia di partecipanti. Viene oggi utilizzata all’interno di organizzazioni grandi e piccole negli USA, in Europa e nel mondo per guidare la costruzione e lo sviluppo di team di prodotto.
Applicando i Core Protocols, i team raggiungono infatti uno stato di visione condivisa che porta iperproduttività, comunicazione fluida e garanzia che il gruppo ottenga i risultati attesi.

Per iscriverti al BootCamp, clicca qui. Ricorda che la conferma deve essere inviata entro il 3 ottobre.

 

Incontriamoci a Praga!

Gestire le emozioni è un’illusione.

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invece, si possono trasmettere emozioni per aumentare la libertà nei gruppi di lavoro.

Le emozioni sono carburante usato dagli esseri umani per prendere decisioni e scegliere. Tuttavia, spesso nei gruppi di lavoro le trattiamo come un sottoprodotto dell’attività del gruppo o ci facciamo attenzione solo quando sembra che ogni altro “approccio razionale” fallisca (di solito nei conflitti). Solo a quel punto cominciamo a parlare di “gestire” le emozioni. La mia sessione alla SCRUM conference proporrà modi di usare le emozioni in modo efficace per potenziare ogni momento dell’attività del team. Dimenticatevi di gestirle e cominciate a usarle! I gruppi di lavoro sono sistemi troppo complessi per applicarvi regole meccanicistiche ma non abbastanza complessi per usare approcci statistici, il che lascia i coach dei gruppi con il problema di trovare strumenti capaci di navigare la complessità dei problemi di prestazione dei team. In questa sessione ipotizzo che un uso efficace, coerente e pervasivo delle emozioni può aumentare le prestazioni di una squadra e aiutare a mantenerle a un livello costante. In questa sessione voglio provocare riflessioni nuovoe sul ruolo delle emozioni nella prestazione e vedremo che le emozioni sono almeno necessarie per capire qualsiasi modello di sviluppo di un team. Faremo anche esperimenti con un insieme di protocolli capaci di attivare ed elaborare l’informazione emotiva in un team.

Cronache dal Bootcamp, Giorno #4

WP_20150501_09_44_51_ProVenerdì 1 maggio. Scrivo a Bootcamp finito da alcune ore: il team ha rilasciato il prodotto, anzi, il team è il prodotto.

Abbiamo fondato la Greatness Guild e redatto il suo manifesto.

La cerimonia di chiusura è stata emotivamente intensa e l’emozione prevalente era la gioia per quello che abbiamo creato.

Uno degli obiettivi che ci siamo dati era di impegnarci per la parità di genere, o meglio: per la demistificazione del dualismo di genere. Motivo per cui alcuni di noi, tra cui il sottoscritto, hanno partecipato alla cerimonia di chiusura in abiti femminili, senza alcun intento ironico. Non ho ancora deciso se rendere pubbliche le immagini 🙂

Adesso è il momento che nel gergo dei Core Protocols si chiama “recoil”, ovvero quella sensazione che ti arriva dopo aver fatto qualcosa di grande e soddisfacente e che dice: “troppo bello per essere vero”. Come ogni altra emozione, farà il suo corso, sono fiducioso che quello che abbiamo cominiciato questa settimana produrrà effetti e “prodotti” per molti anni a venire.

Domattina volo a Phoenix per la prossima sfida: faccio checkin contento e impaurito.

David Papini

Cronache dal Bootcamp, Giorno #1

WP_20150427_19_15_17_ProMartedì 28 Aprile 7am. Atterrato sano e salvo. All’aeroporto viene a prendermi Tolga, membro del team, origine turca, vent’anni negli USA. Nei quarantacinque minuti di strada che ci separano dal luogo del Bootcamp, recupero parte del tempo perduto: in effetti i lavori sono iniziati domenica sera, per cui i miei compagni sono già all’opera da un giorno intero.
In ogni Bootcamp la prima attività che si svolge  è l’allineamento personale, in cui ciascuno dei partecipanti decide, con l’aiuto di un altro, che cosa vuole ottenere veramente dal Bootcamp (e dalla propria vita in genere) e come si impegna a farlo. Ogni impegno personale viene dichiarato apertamente e ogni partecipante stabilisce un sistema per segnalare agli altri quando ha bisogno di aiuto per portare avanti i suoi impegni.
Una delle caratteristiche del Bootcamp è che funziona su molti livelli contemporaneamente: c’è il livello della simulazione in cui il team lavora al prodotto, il livello di analisi di come sta andando il corso, chiamato “pause mode” e il livello del management intermedio (ovvero il team nel team).
Nel corso della la mattina abbiamo avuto il secondo incontro (primo per me) con i manager del progetto (chiamati in gergo Black Hats) per l’aggiornamento sullo stato di avanzamento dei lavori. Subito dopo, c’è stato l’incontro con il team di management intermedio, che ha il compito di aiutare il team di progetto a creare il miglior prodotto possibile.
A metà pomeriggio si è svolta la cerimonia chiamata web of commitment in cui tutti i partecipanti dichiarano il proprio obiettivo di allineamento personale e il sistema che hanno scelto per chiedere aiuto al team ogni volta che vogliono far pratica del proprio allineamento.

 

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Il sistema per tracciare chi ha investigato chi, nel processo di allineamento.

Qui sotto lo schema dei nostri allineamenti.
Nella colonna “signal”, viene scritto quello che la persona dice, e nella colonna “response” quello che tutto il team si impegna a rispondere.
 
Come si vede dall’ultima riga, il mio signal/response è un misto di due culture molto diverse 🙂
C’è voluto un po’ a insegnare ai miei compagni di corso a pronunciare “maremma maiala”, che ho tradotto con “bloody hell”!

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David Papini

Il 7 febbraio workshop a Milano su come “diventare coach”

shutterstock_150105029Sabato 7 febbraio, dalle 10.00 alle 13.00 (oppure dalle 14.00 alle 17.00) a Milano, in via Falck 53 (MM1 S. Leonardo), appuntamento con il workshop “Diventare coach”, un seminario per esplorare il contesto, le potenzialità e le caratteristiche della professione del coach.
Che cos’è il coaching? A chi e a che cosa può servire? Che differenza c’è tra coaching, counseling, training, mentoring? Che cosa serve per fare del coaching una professione?
A rispondere a tutte queste domande con il racconto della sua esperienza diretta, sarà David Papini, life coach e counselor, e fondatore della scuola di coaching Alzaia.
Il workshop si rivolge a tutti coloro che sono interessati a un primo approccio con il mondo del coaching, per scoprire le caratteristiche e le prospettive, ma anche i falsi miti e i pregiudizi, legati a questa professione in forte crescita. Nel corso dell’incontro, infatti, i partecipanti avranno la possibilità di fare esperienza pratica di una sessione di coaching e di capire le opportunità professionali di una carriera da coach.

Programma:

  • Registrazione
  • Le differenze tra il Coaching e altre professioni di aiuto
  • Break
  • I contesti del coaching
  • Una dimostrazione di una sessione di coaching
  • La professione del coach, le certificazioni e la legislazione di riferimento in Italia
  • Chiusura

Materiali:

Un libro a scelta tra:

  • Il sapore delle emozioni (D. Papini, Franco Angeli 2013) e
  • Creare gruppi agili e di successo (D. Papini, Franco Angeli 2014)

La quota di partecipazione, comprensiva di materiali di approfondimento, è di 20 €.
Per iscriversi, è necessario compilare il modulo qui di seguito specificando la fascia oraria (10.00 – 13.00 oppure 14.00 – 17.00) prescelta.

 


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Il segreto dell’unanimità. Il Decider

L’unanimità si raggiunge
facendo emergere le resistenze
e affrontando i problemi che le causano.

(Software for Your Head)

 

Martedì, ore 13.30. Pausa pranzo. Marco rientra tardi dalla riunione dal cliente.“È andata malissimo”, annuncia sbattendo la sua insalata sul tavolo. Gli andiamo tutti incontro, partecipi del suo malumore. Subito inizia il borbottio: “comunque c’era da aspettarselo, con questi tempi strettissimi per forza lavoriamo male!”, si lamenta qualcuno. Io l’avevo detto che il nuovo protocollo non funzionava.”, gli fa eco qualcun altro. Tanto sono problemi del capo. È lui che decide, non noi. Quindi se le cose non vanno sono problemi suoi.” Sentenzia infine Luigi.
Peccato – penso io – dovrà pur esserci un modo di fare meglio di così…

 

assemblea_votoLa qualità della vita di un team è in gran parte determinata dalla sua capacità di prendere decisioni. Più sono grandi l’attenzione, la creatività e la volontà applicate alle scelte, più ricca sarà la vita del gruppo, e di conseguenza il prodotto finale. Senza un esplicito processo decisionale, invece, il team ignorerà le proprie scelte fino a quando esse non si manifesteranno nel prodotto finito.
Il sistema per regolamentare il processo decisionale ideato dagli inventori dei Core Protocols, e perfezionato in tanti anni di pratica e seminari, si chiama Decider.
Il protocollo Decider garantisce non solo che il team sia in grado di prendere delle decisioni, ma che queste siano addirittura unanimi. In questo modo, tutti si sentono coinvolti e responsabili dei risultati ottenuti.
Ma come funziona esattamente?
Una persona fa una proposta semplice e concisa (la risposta deve essere sì o no) riguardo un’attività. Tutti i membri del team votano simultaneamente “sì”, “no” o “la supporto” (che è un “sì, con riserva”). Se la somma dei votanti “no” e dei votanti “la supporto” supera il 30%, il Proposer abbandona la sua proposta. Se chiunque tra i votanti “no” esprime la sua assoluta opposizione alla proposta, la proposta viene abbandonata. Se ci sono solo pochi “no”, il Proposer cerca di migliorare la sua proposta utilizzando il protocollo Resolution (di cui parleremo nel prossimo post). Se tutti votano sì, la proposta passa!
Tutti i membri del team possono fare proposte, e tutti devono supportare le proposte che passeranno. E procedere con l’esplicito impegno da parte di tutti a un comportamento produttivo comporta vantaggi enormi!

Giulia Mandrioli

 

Se volete provare a utilizzare questo protocollo o approfondire il tema del post, David Papini vi aspetta per una sessione gratuita su Skype (alzaiacoach) giovedì prossimo (22.01.2015) dalle 18.30 alle 19.30.


 

SAPER DIRE NO. IL PASSER

Quando non vuoi fare qualcosa,
rifiuta esplicitamente di partecipare.

(Software for your Head)

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Ore 20.03. Esco tardi dall’ufficio e piove. La settimana pesa sulle spalle e sugli occhi: quasi mi addormento sul tram mezzo vuoto. Finalmente arrivo a casa e mi schianto sul divano. Mentre cerco di mettere insieme le energie per prepararmi la cena, con mezzo pensiero alla serata di telefilm che mi aspetta, il display del telefono si illumina. È Marco: “Stasera andiamo a ballare. Vieni? Daiiii ci sono tutti!”.
Il film parte immediatamente nella mia testa: dormo un’oretta, poi mi alzo, ceno, mi vesto e alle undici e mezza esco. Beviamo una cosa con gli altri e poi andiamo a ballare. Torneremo alle tre, ma fa niente, tanto domani è sabato… Il film si inceppa rovinosamente contro la banale domanda: sì, ma hai voglia di uscire?
Certo, Marco è single da poco e ha voglia di distrarsi, sarebbe gentile dargli una mano, e sarebbe bello rivedere gli amici, però… però io sono morta. E poi domani devo andare a cena con Paolo, non posso essere uno zombie. Insomma non mi va.
Prendo il telefono e finalmente digito la mia risposta: “Oi Marco, mi sa che io stasera passo.”

Dire di no è sempre difficile. Sul lavoro, come nella vita privata, dire apertamente “stavolta no” è faticoso, e richiede coraggio. Ogni volta che dico di no penso che poi perderò qualcosa, o che gli altri penseranno che se stavolta non ci sono è perché non mi importa di loro… e allo stesso tempo, saper “passare”, ogni tanto, è salutare, perché ricorda a me e agli altri che non sono infallibile e onnipresente.
I creatori dei Core Protocols hanno inventato un protocollo specifico per standardizzare e rendere gestibili senza drammi queste situazioni. È il protocollo “Passer” e prevede che chiunque in qualsiasi momento possa “passare”, cioè rifiutare di esprimersi su un certo argomento o di svolgere una certa azione.
In cosa si distingue dal CheckOut? Il Passer è a breve termine: chi passa è ancora coinvolto nella riunione/situazione. Non partecipa a questa decisione, ma alla prossima – salvo diversa indicazione –  sarà presente. Non per niente, la frase standard del protocollo è: “Io passo, e ci sono.”
Se le persone compiono azioni perché sentono che è quello che ci si aspetta da loro, si prendono una vacanza dalle loro responsabilità. Per questo, il diritto – o meglio il dovere –  di passare quando si vuole deve essere sempre rispettato. Il prezioso rovescio di questa medaglia, infatti, è che ogni individuo sarà ritenuto responsabile di tutte le sue azioni.

Giulia Mandrioli


Come mi sento? Il CheckIn

“Impegnati pubblicamente ad adottare un comportamento
razionale e rivela i tuoi sentimenti al lavoro.”

(Software for your Head)

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“Faccio CheckIn contenta di cominciare a scrivere questo post, e impaurita, perché ho paura di non riuscire a raccontare in modo chiaro i Core Protocol ai lettori di Alzaia. E ci sono.”

Ecco, l’ho fatto. Ho messo in pratica il primo dei Core Protocol, il protocollo del CheckIn, che – come si intuisce dal nome – serve a registrare la presenza.
Poche frasi (a essere bravi ne basterebbe una sola) per definire il mio stato, e soprattutto per dire che sono qui. Ci sono, e mi sto mettendo in gioco.
Posso esprimere come mi sento attraverso 4 emozioni fondamentali: contentezza, tristezza, rabbia e paura.
Perché solo 4? Be’, intanto, perché stiamo adottando un protocollo, dobbiamo pur mettere qualche limite 
In realtà, dopo anni di esperimenti e tentativi, è stato dimostrato che tutte le emozioni possono essere espresse con un grado di approssimazione accettabile, con i termini arrabbiato, triste, contento e preoccupato. Questa limitazione, di fatto, elimina l’ambiguità sulla definizione degli stati emotivi, alimenta la comprensione reciproca… e poi si ricorda facilmente!
Come si risponde al CheckIn secondo il protocollo? Semplice. Dicendo: “Ciao” o “Benvenuta”. Nessuna rassicurazione sul fatto che mi sto spiegando benissimo, nessuna critica e neanche nessuna domanda ulteriore sul perché mi senta così. Semplice registrazione – presa di coscienza – del mio stato e della mia presenza all’interno del gruppo.
Di fatto, quindi, il protocollo di CheckIn fornisce due principali componenti per instaurare e sviluppare collaborazioni ad alto rendimento: una procedura di arruolamento (“Faccio CheckIn” e “Ci sono”), e un processo di connettività interpersonale (“mi sento”…).
Chiunque, all’interno di un team che utilizza i Core Protocol, può fare CheckIn ogni volta che ne sente l’esigenza. Questo aumenta la consapevolezza di sé dei membri, e di conseguenza rende più efficienti le relazioni con gli altri.
In pratica, mi sento più leggera, perché posso dire a tutti come mi sento, in un linguaggio che abbiamo concordato insieme, e che quindi non mi fa apparire più vulnerabile, e do agli altri uno strumento chiaro e preciso per capire come sto e perché mi comporto in un certo modo.

E voi, come vi sentite?

Giulia Mandrioli

 

Se volete provare a utilizzare il CheckIn o approfondire il tema di questo post, David Papini vi aspetta per una sessione gratuita su Skype (alzaiacoach) giovedì prossimo (27.11.2014) dalle 18.30 alle 19.30.